Parato Barberini

 

Oggetto A. pianeta; B. piviale; C. due tonacelle (dalmatiche); D. stola; E. velo del calice; F. borsa del calice
Autore/Ambito manifattura romana
Datazione prima metà XVII secolo; rifacimenti XVIII e XIX secolo
Materia/Tecnica teletta d’oro di seta gialla, rifinita da galloni e ricamata con fili d’argento e d’oro e sete policrome
Misure A. 71,5×102 cm; B. 382×146 cm; C. 139×81 cm; D. 22×118 cm; E. 62,5×59 cm; F. 24,5×24,5 cm
Provenienza chiesa di santa Maria di Nazareth
Descrizione Il parato Barberini, in teletta d’oro di seta gialla, è composto di pianeta, piviale, due dalmatiche o tonacelle, tre stole (una per il presbitero e due per i diaconi), manipolo, velo e borsa del calice. Proviene dalla chiesa di Santa Maria di Nazareth e vi fu donato da Maffeo Barberini (1568-1644), nominato nel 1604 Arcivescovo della Metropolia Nazarena di Barletta. Divenuto papa nel 1623 con il nome di Urbano VIII, donò il parato in ricordo del suo rapporto con la città di Barletta. Sotto il suo pontificato ebbe luogo il famoso processo che portò alla condanna definitiva di Galileo Galilei. Ad Urbano VIII si deve la riforma del breviario e del clero romano. Una curiosità: fu sua la concessione a tutti i cardinali di fregiarsi del titolo di “Eminenza”, prima riservato solo ai nobili, al posto di “Illustrissimo”. Favorì l’attività missionaria ed eresse nel 1627 il “Collegium de Propaganda Fide”, sotto la protezione dei santi Pietro e Paolo, dandogli il proprio nome, “Urbanum”. Fu anche scrittore di versi in latino: per le sue doti di poeta e per le tre api che ornano il suo stemma gentilizio, venne denominato dai contemporanei l’ “Ape attica”. Sostenne la stampa, non ancora molto diffusa, ampliando la Stamperia Poliglotta Vaticana. Urbano VIII è ricordato come il simbolo del fasto barocchesco che contraddistinse la sua epoca; fu il più grande mecenate della stagione del Barocco romano. Sotto il suo pontificato furono eseguite moltissime opere; per far fronte alla loro realizzazione spese ingenti somme di danaro, tanto da meritarsi il motto di Pasquino: “Urbano VIII dalla barba bella, finito il giubileo, impone la gabella“. Capolavoro del mecenatismo di papa Urbano, è il Baldacchino della Basilica di San Pietro, commissionato dal papa nel 1624 a Gianlorenzo Bernini. Fu Urbano VIII che ebbe l’onore di inaugurare solennemente la Basilica di San Pietro, finalmente completata, nel 1626.

Il parato non si è conservato nell’originaria esecuzione per tutte le sue parti; sono sicuramente da riferire in pieno alla manifattura del XVII secolo, la pianeta insieme con il velo e la borsa del calice. In un secondo momento, quasi certamente a causa del cattivo stato del tessuto, probabilmente in pieno XVIII secolo, è stato rifatto il piviale, riportando sul nuovo tessuto lo stemma ricamato del paramento originario. Lo stesso è avvenuto, probabilmente alla metà del XIX secolo, con le tonacelle, le stole e il manipolo. Lo si evince sia dalla diversa tessitura della teletta d’oro, che dall’applicazione dei galloni, mancanti nei manufatti originari e completamente differenti per piviale e tonacelle. La pianeta, di manifattura romana, si presenta nella forma a violino; è individuata del tipo della casula romana per lo scollo a “V” e il disegno della T sul davanti. Presenta nella parte posteriore, in basso, lo stemma della famiglia Barberini: “d’azzurro, alle tre api d’oro, due in capo e una in punta”; le api sono profilate con seta rossa intorno al capo. Lo scudo, di forma ovale, è arricchito da volute ricamate in oro e argento con-filato in seta rosso-bordeaux. L’insegna araldica pontificia è costituita dalla tiara con le infule sollevate posta al di sopra delle chiavi incrociate di San Pietro. La tiara reca nelle cornici fra le tre corone il ricamo di gemme in filo di seta bordeaux e azzurro, alternate; le chiavi sono entrambe ricamate in oro e seta bordeaux. Orna il resto della pianeta un motivo a nastri intrecciati, volute e tralci fioriti, interamente ricamato in argento, utilizzando quasi esclusivamente il filo tirato e filato, e solo in alcune parti quello lamellare; i punti di fermatura in filo di seta del prezioso filato metallico sul tessuto di base, creano effetti di disegno di una ricchezza straordinaria. Lo stesso tipo di ricamo in argento decora il velo e la borsa del calice. Il piviale presenta sul cappuccio lo stemma della famiglia Barberini, identico nel ricamo a quello della pianeta; l’intera veste è profilata, lungo il bordo e nella sottolineatura dello stolone e del cappuccio, da importanti galloni con un disegno a rilievo. Le tonacelle sono suddivise in riquadri da galloni con un disegno geometrico differente rispetto a quelli del piviale, appena accennato sulla trama di fondo. Identico tipo di galloni è utilizzato per disegnare le croci sulle stole e sul manipolo. In basso, al centro del retro delle dalmatiche, è ricamato lo stemma della famiglia Barberini, ma con alcune differenze formali che lo distinguono da quelli presenti sulla pianeta e sul piviale. Il fondo dello stemma è di un azzurro più chiaro e le tre api mancano della profilatura in rosso; lo scudo ha una forma differente, più larga, è ricamato prevalentemente in seta rossa e decorato da volute sottolineate da un cordoncino ritorto che rifinisce anche la cornice interna, disegnando due riccioli sulla sommità. La tiara mostra le tre corone più pesantemente decorate ed è assente il rimando alle pietre preziose; anche le chiavi di San Pietro poste incrociate, non sono ricamate in oro, ma rispettivamente in bordeaux e azzurro. Il vanto di questo parato è l’armoniosa combinazione di un impianto estremamente semplice con la presenza di ricami di una ricchezza straordinaria.          Luigi Nunzio Dibenedetto

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