Paliotto dell’Immacolata

 

Autore /Ambito manifattura meridionale
Datazione seconda metà XVIII secolo
Materia/Tecnica raso di seta bianca, rifinito da un gallone dorato, con inserzioni dipinte, ricamato con fili d’argento e d’oro e sete policrome ad agopittura
Misure 260×104 cm
Provenienza cattedrale di santa Maria Maggiore
Descrizione Attualmente nella navata laterale destra della cattedrale si apre la cappella dedicata al Santissimo, affrescata dall’artista barlettano R. Girondi (1873-1911); fino agli anni ’50 del secolo scorso sull’altare era posta una tela con Cristo fra S. Pietro e S. Lorenzo di A. Bordoni del 1596 (ora nella navata laterale destra), sostituita dalla statua dell’Immacolata, che troneggia nella nicchia sopra la mensa dell’altare. L’opera, scolpita in legno, è attribuibile al XVIII secolo; legata a mons. Francesco Saverio Maria De Queralt, barlettano, vescovo di Squillace (lo stemma del quale è apposto sulla base della statua), era esposta in cattedrale in occasioni particolari, non sappiamo se già nello stesso XVIII secolo nella sunnominata cappella. È da supporre che a quest’epoca e destinata a questo altare, sia dovuta la realizzazione del paliotto, in raso di seta bianca, di squisita fattura, nel quale si dispiega un racconto per immagini: un fitto intreccio di volute e tralci vegetali abbraccia la descrizione dei simboli mariani. Lungo il bordo del paliotto corre uno spesso gallone dorato, a racchiudere la preziosità di questo affresco sacro, ricamato in sete policrome, argento e oro. Al centro della composizione l’Immacolata, la Donna dell’Apocalisse, coronata dalle dodici stelle; veste tunica rosa e sottotunica bianca, mentre un ampio manto azzurro la avvolge; i piedi poggiano sulla falce di luna argentata. La Vergine sovrasta il globo terracqueo e trafigge con la lancia il serpente, simbolo del male. Il ricamo con l’Immacolata sovrasta lo scudo, delineato da volute vegetali, in cui è raffigurata la scena della Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Il centro compositivo è occupato dall’albero della conoscenza del bene e del male; a sinistra i progenitori, nudi, vestiti solo di un serto di foglie che circonda i fianchi; a destra l’angelo con la spada sguainata, dalle ali rosa e azzurro, indossa una tunica bianca e uno svolazzante mantello rosa. La tecnica dell’agopittura, usata con maestria, disegna la scena con effetti chiaroscurali che rendono bene la tridimensionalità del racconto; le membra nude dei personaggi non sono ricamate, ma dipinte direttamente sulla stoffa. Tutti gli attributi mariani tratti dalla tradizione sapienziale si dispiegano ai lati delle due immagini centrali, sapientemente inseriti fra i motivi prettamente decorativi, ricamati prevalentemente in oro, con ampi girali vegetali, arricchiti di una grande varietà di fiori multicolori. I simboli sono dodici, simmetricamente divisi a destra e a sinistra, tre in alto e tre in basso, ispirati soprattutto dal Cantico dei Cantici e dal capitolo ventiquattro del Libro del Siracide. Sulla destra sono ricamati in alto: il giardino chiuso – “ortus conclusus”, il pozzo d’acqua viva – “puteus acquarum”, il cipresso svettante – “cupressus in montibus Hermon”; in basso: il tralcio di rosa – “plantatio rosae in Iericho”, il platano maestoso – “quasi platanus exaltata sum”, il giglio odoroso – “floreat quasi lilium”; sulla sinistra in alto: il terebinto ombroso – “quasi terebinthus extendi ramos meos”, la fontana sigillata – “fons signatus”, la torre di Davide – “turris davidica”; in basso: lo specchio di perfezione – “speculum perfectionis”, l’olivo stupendo – “oliva speciosa”, la palma elevata – “quasi palma exaltata sum in Engaddi”. In questi simboli la fecondità e la ricchezza dell’ispirazione biblica, associate alla pluriforme fantasia degli artigiani autori del nostro paliotto, conferiscono all’insieme della raffigurazione il carattere di una stupenda immagine di quel che il genio letterario ed artistico può offrire dell’incantevole visione delle virtù di Maria Santissima.     Luigi Nunzio Dibenedetto

 

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